Maurizio Fabbri, Professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna e Vice-presidente della Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione.

Quanto, secondo, te l’Università e il sistema dell’istruzione italiano è consapevole, preparato, pronto ed impegnato concretamente a raccogliere le sfide educative poste da questi modi di pensare e vedere se stessi e il futuro?

Lo Zeitgeist della nostra epoca è dominato da valori di efficientismo ed autodifesa, che tendono a risolvere su basi autoritarie e competitive le relazioni sociali.

Vittime di questa situazione sono non solo i ragazzi di più modesta provenienza sociale, per i quali la scuola ha smesso di fungere da strumento di promozione sociale, ma anche quelli provenienti da classi colte ed economicamente privilegiate: il livello di aspettative espresse nei loro confronti è mediamente piuttosto elevato ed esige prestazioni e performance elevate, che non favoriscono una serena elaborazione dell’esperienza formativa e del più complessivo percorso di crescita.

Come aprirsi alla complessità del mondo adulto, se non è possibile andare incontro anche all’esperienza dello scacco e dell’errore, dimensioni fondamentali del processo di formazione della personalità?

La paura del fallimento inoltre inibisce il pensiero e svuota gli apprendimenti, favorendo un loro ripiegamento formalistico, che ne indebolisce le componenti motivazionali e la risoluzione in termini di centri d’interesse. Scuola e Università non corrispondono a realtà monolitiche e uniformi: a fianco di insegnanti più consapevoli, ve ne sono altri, che burocratizzano le proprie prestazioni, riducendo al minimo lo sforzo di riflettere sul senso dell’agire educativo, e se già per i primi è difficile contrastare una dinamica sociale così potente, i secondi risultano del tutto impreparati. 

Qual è, secondo te, o quale dovrebbe essere, oggi lo “scopo” dell’Università e di chi è chiamato ad educare le nuove generazioni?

Rispettare la complessità di un percorso di conoscenza di sé e di orientamento esistenziale, che necessita di tempi lunghi, quando non anche di tempi morti, e creare un clima di relazione e di apprendimento che prevenga competitività e violenza, anche la più sottile. Chiedere a centinaia di studenti di convivere in aule affollate è disumano, se non si è in grado di dare senso al loro incontro e di trasformare in risorse le differenze che ne derivano: sdrammatizzando le tensioni e mettendo ciascuno nelle condizioni di esprimersi, senza essere avvertito come una minaccia dagli altri, prevenendo le situazioni di bullismo. Fare questo significa coniugare rispetto ed esercizio della responsabilità e rendere preziosa la formazione che si tenta di trasmettere, non del tutto intercambiabile con quella ricevuta da altri.

Ne consegue più che mai la necessità di allenare al pensiero flessibile, capace di trasmettere competenze trasversali a più contesti professionali, e di favorire la comprensione e l’elaborazione della propria esperienza emozionale. Dimensioni, queste, fondamentali nel processo di costruzione dell’autostima, che aiutano a non pentirsi della scelta universitaria compiuta, anche qualora non consenta il pieno coronamento delle proprie aspettative professionali.

possiamo sintonizzarci su un processo di evoluzione in atto di cui non si coglie ancora l’ampiezza e la portata.

Pensando al sistema universitario e dell’istruzione italiana come organizzazioni, in cui i membri sono gli studenti, i professori e gli insegnanti e tutto il personale amministrativo che collabora ad esso. Quali sono, secondo te, 3 cose che bisognerebbe iniziare a fare, 3 cose che bisognerebbe smettere di fare e 3 cose che si possono continuare a fare per costruire università, scuole, classi in cui il benessere e i bisogni di studenti, professori, insegnanti siano davvero al centro?

È difficile rispondere in modo standardizzato, poiché scuola e università presentano una profonda e variegata articolazione di realtà differenti, a seconda dei contesti, dei territori, dell’identità sociale e culturale dei soggetti coinvolti. In linea di massima, sarebbe necessario:

Iniziare a

  1. Investire più risorse in istruzione e ricerca scientifica, in modo tale da consentire di rispondere a problemi consolidati, che minano l’autostima della popolazione studentesca;
  2. Coniugare flessibilità e rigore, in modo tale da favorire la libera espressione delle personalità da formare e il raggiungimento di mete formative rilevanti e significative;
  3. Creare sportelli di ascolto del disagio studentesco, come di quello docente, che facciano sentire meno soli coloro che non sanno a chi rivolgersi nel proprio contesto sociale e istituzionale.

Smettere di

  1. Gestire le proprie ansie e paure, inducendo gli studenti a forme di adattamento passivo, che ne sacrificano intelligenza, autonomia, responsabilità, creatività, ed esprimono, paradossalmente, valutazioni tanto più positive, quanto più elevato è il sacrificio compiuto delle parti più alte di sé;
  2. Scindere la propria esperienza personale di cittadini e genitori da quella professionale di insegnanti, in modo tale da riuscire a riconoscere nelle difficoltà e incomprensioni dei propri allievi e delle loro famiglie anche le proprie difficoltà e incomprensioni: scissione, a volte, così radicale, da tradursi in comportamenti deontologicamente scorretti, quando non illegali;
  3. Premiare i comportamenti che alimentano chiusura e competizione, anziché favorire il rispetto e la convivenza fra identità differenti, e che deresponsabilizzano studenti e colleghi da quel basilare esercizio dell’empatia, che rende tanto più facile essere accettati, quanto più si sia capaci di risultare accettanti.

Continuare a

  1. “Tollerare” mutamenti culturali, sociali, educativi, che sono sempre più radicati nel nostro modello di civiltà e che ci si limita, spesso, ad assecondare, nella misura in cui sfuggono ancora pienamente alle capacità di comprensione di insegnanti ed educatori;
  2. Ad esprimere una domanda di riconoscimento, di autonomia e di formazione che rivela consapevolezza dei limiti e delle insufficienze, ma anche delle potenzialità insite nell’esercizio della professione insegnante, negli ultimi anni piegata all’esercizio di funzioni subalterne, di fronte alle prerogative della dirigenza scolastica;
  3. Rivendicare la pregnanza di tradizioni culturali e di ricerca, che hanno reso grande il nostro, come altri, Paesi, e che non devono venire malamente riassorbite in un processo di globalizzazione che, in nome della competizione internazionale fra sistemi formativi, li svuota dei loro contenuti più autentici.

Cosa diresti ai tuoi colleghi docenti per spiegare che vale la pena investire sulla costruzione di un sistema dell’educazione “positivo”?

Che un sistema in grado di valorizzare benessere ed autostima si ripercuote positivamente su tutti i soggetti che ne fanno parte, studenti ed insegnanti, e raggiunge livelli di efficacia pedagogica assolutamente superiori a quelli dei sistemi competitivi: questi ultimi premiano solo alcuni saperi e aree di competenza, impoverendo il sistema formativo e delegittimando l’esperienza di apprendimento di quanti non siano in linea con quei requisiti.