Il giornalismo così come dovrebbe essere

L’Italia che Cambia per noi è un esempio di quello che in giro per il mondo stanno definendo “giornalismo trasformativo” o “giornalismo positivo”, etichette nate per contrastare la tendenza generale del sistema dell’informazione a focalizzarsi prevalentemente sul sensazionalismo, la cronaca nera, il racconto di tragedie, catastrofi e negatività in generale. Guai, però, a definire L’Italia che Cambia un portale di buone notizie o definire Daniel un giornalista positivo: nella sua visione infatti il giornalismo è di un solo tipo e il suo fine è chiaro.

Cosa è l'Italia che Cambia? Quando e come è nata?

Italia che Cambia è un progetto (giornalistico ma non solo) che vuole raccontare, mappar e mettere in rete quel pezzo di Paese che di fronte ad un problema non si chiede se ma come: come posso fare a cambiare le cose? E ce la fa. Tutto nasce con un mio viaggio nel 2012 in tutte e venti le regioni italiane. Si chiamava “Viaggio nell’Italia che Cambia per incontrare e conoscere chi si è assunto la responsabilità della propria vita senza aspettare che qualcuno lo faccia al suo posto”.

Era quindi un viaggio volutamente “laico” alla ricerca di imprenditori, associazioni, movimenti, singole persone, gruppi. Volevo vedere se l’Italia era solo squallore e corruzione o anche altro. E ho scoperto molto molto altro….
In ogni regioni, infatti, la mia difficoltà non è mai stata trovare esperienze interessanti ma scegliere tra tutte quelle che mi segnalavano. Alla fine del viaggio è uscito un libro che racconta questi sette mesi e sette giorni: Io faccio così. Ma con un gruppo di colleghe e colleghi giornalisti abbiamo presto deciso di trasformare il mio viaggio in un racconto permanente e così Italia che Cambia è diventato un giornale web, una mappa, dei portali territoriali, delle reti di persone che si attivano per cambiare il mondo.

Come avete selezionato la squadra di collaboratori? Lo “scopo” dell’organizzazione ha avuto un qualche ruolo di guida e orientamento in questo processo?

La squadra si è autoselezionata quando creammo il progetto. Fu un “riconoscimento” istantaneo. Altri sono entrati negli anni successivi in seguito ad incontri fatti in giro per l’Italia

Quali sono state le sfide, gli ostacoli, le difficoltà, le fatiche o le resistenze che avete affrontato in questi anni?

La sfida più grande consiste nel superare le resistenze delle persone abituate da sempre  a sentirsi dire che l’Italia è fatta solo di squallore e decadenza. La fatica più grande è quella di trovare un budget per permetterci di fare il nostro lavoro e di far arrivare al grande pubblico le centinaia di storie funzionanti che abbiamo raccolto e le migliaia di progetti che abbiamo mappato.

Quali sono gli elementi distintivi (valori, processi, pratiche, iniziative..) de L’Italia che Cambia?

Difficile racchiuderli in poche righe. Di sicuro la parola chiave è responsabilità. Cerchiamo persone che si assumano la responsabilità della propria vita senza delegare. Poi, ovviamente, il rispetto delle persone, dell’ambiente, del lavoro ecc. Li abbiamo racchiusi nella sezione sette sentieri che trovate sul nostro sito

è fondamentale approfondire altri modi di fare e di essere cittadini, lavoratori, imprenditori, esseri umani,

Quali sono gli indicatori di “successo” de L’Italia che Cambia? Quali risultati positivi (es. numero utenti, progetti, altri..) state registrando da quando è nata l’Italia che Cambia?

Beh i numeri sono interessanti considerando che noi siamo pochi (10 persone in tutto): 1700 progetti mappati, 180 video-storie raccontate, migliaia di articoli, due portali territoriali, oltre 1000 agenti del cambiamento e così via. Su facebook la portata della nostra pagina è di oltre 1,5 milioni di persone. Tutti i nostri numeri sono in continua crescita 

Come sta influenzando l’opinione pubblica italiana? E il resto del sistema dell’informazione?

In due modi. Da un lato ignorandoci completamente (se si escludono rarissimi casi). Quando proponiamo questi contenuti ai mass media spesso ci dicono che “alla gente non interessa”. In altri casi nascono contenuti apparentemente simili (la Stampa ha creato anche un rubrica con il nostro nome o il Corriere della sera un settimanale chiamato “Buone Notizie”) ma la nostra sensazione è che non si riesca ad andare al cuore del problema. Le nostre non sono buone notizie, sono notizie. Sono i fatti davvero utili in questo momento per la vita delle persone. Sono aziende che mettono al centro la sostenibilità e assumono; giovani che inventano progetti digitali o tornano all’agricoltura; insegnanti e presidi che cambiano la scuola dal basso; persone che trasformano periferie difficili o ripopolano borghi. E’ un cambiamento sistemico e andrebbe raccontato con molta più forza a nostro avviso.

Come vedi il sistema dell’informazione e dei mass media italiano? Quali pro e contro?

Onestamente vedo moltissimi contro e pochissimi pro. Credo che la non informazione italiana sia uno dei principali problemi del Paese. Mancano approfondimenti, manca la voglia di uscire dallo stereotipo, manca la costruzione di un immaginario collettivo diverso.

Cos’è secondo voi il “giornalismo positivo”?

 

Come detto prima non mi piace questo termine. Sembra che ci sia il giornalismo vero e poi quello positivo. Per me esiste solo il giornalismo. E oggi, secondo me, fare giornalismo è raccontare queste storie perché le persone non le sanno. Se una cosa non la so è una notizia. Se la so già, è altro…

Cosa direste ai direttori di giornali, telegiornali, giornalisti.. per convincerli che un altro modo di fare informazione è possibile e necessario?

Cambiate sponsor…

Vuoi aggiungere qualcos altro in relazione al tema e alla tua esperienza?

Girando l'Italia ho visto centinaia di progetti che dimostrano che il cambiamento è possibile. Sempre. Si tratta di sognarlo, progettarlo e viverlo. Spesso ci sentiamo soli, ma siamo in realtà circondati da migliaia di persone che la pensano come noi. Siamo una Moltitudine Inarrestabile. Quindi… Buon cambiamento a tutti!

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