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Il lavoro ti rende felice? Dati dal World Happiness Report
05 Apr 2017

Il lavoro ti rende felice? Dati dal World Happiness Report

Trascorriamo gran parte della vita al lavoro, è quindi inevitabile che il lavoro produca un impatto significativo sul nostro benessere e la nostra felicità. In un recente studio il World Happiness Report – pubblicato annualmente in occasione della Giornata Internazionale della felicità delle Nazioni Unite – ha dato evidenza di come sia possibile stabilire una correlazione tra lavoro e felicità. Agli stimoli delle Nazioni Unite si aggiungono poi le ricerche condotte da altri professionisti di settore, una tra le più rilevanti è l’indagine del 2016 svolta da Gallup World.

Perchè sono importanti queste ricerche? Sicuramente perchè danno la possibilità di accedere ai “big data” consentendo un lavoro di ricerca ed analisi anche su dimensioni come il benessere e la felicità delle persone.

Riassumiamo di seguito alcune delle evidenze emerse.

Quali sono i lavori  “più felici”? 

Nel sondaggio Gallup World sono state registrate undici categorie”generiche” tra cui: imprenditore, impiegato, o manager, e ambiti di lavoro come agricoltura, edilizia, miniere, o il trasporto.

Il primo dato che emerge è che gli operai riportano livelli di felicità più bassi in generale e questo in ogni regione del Mondo prevalentemente in settori come edilizia, minerario, manifatturiero, trasporti, agricoltura, pesca. I lavoratori che hanno ruoli impiegatizi o di più alta responsabilità come manager, dirigenti, funzionari o professionisti valutano la qualità della loro vita  più che sufficiente (un punteggio di 6 su un valore massimo di 10) mentre le persone che lavorano in agricoltura, pesca, valutano la qualità delle loro vite in una misura inferiori alla sufficienza (un punteggio di 4.5 su un valore massimo di 10). Questa fotografia non è relativa solo ad una valutazione complessiva della vita, ma si riferisce anche alla valutazione più verticali, come ad esempio, la percezione legata al singolo giorno.

Inoltre, gli impiegati generalmente riferiscono di sperimentare stati emotivi più positivi, che nascono dal fatto di sorridere, di ridere e un minor numero di stati emotivi negativi come la preoccupazione, lo stress, la tristezza e la rabbia.

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Il lavoro autonomo è complicato

Essere lavoratori autonomi ha un rapporto ambivalente con il benessere. Quando guardiamo le medie globali, si vede che il lavoro autonomo è generalmente associato a bassi livelli di felicità rispetto ad un dipendente a tempo pieno. Ma le analisi di follow-up indicano che dipende da fattori differenti come ad esempio, la regione del mondo in cui si vive.

Nelle nazioni più sviluppate, troviamo che essere lavoratori autonomi è associato sia ad una miglior valutazione complessiva della vita, sia ad emozioni giornaliere negative come lo stress e la preoccupazione. Quindi chi possiede un proprio business può vivere nella dicotomia della gratificazione e dello stress!

Essere disoccupati è deprimente.

Qui verrebbe da dire: è ovvio che sia così, non serviva uno studio a dircelo! Ma qui ci permettiamo di dire che spesso i numeri e le evidenze solide sono le informazioni che servono ai sistemi per farsi carico di un problema e quindi ben vengano! Perchè ovviamente oltre che impattare sulla sostenibilità economica di una persona, il lavoro coinvolge tanto altro ancora a livello sociale e di identità. La disoccupazione è in antitesi con l’ economia della felicità perchè è distruttiva per il benessere delle persone. Questo è un dato che vale in tutto il Mondo. Le persone disoccupate sperimentano un 30% di reazioni emotive negative nella vita di tutti i giorni. L’importanza di avere un lavoro va oltre il salario e quindi il sostentamento economico perchè impatta sullo status, le relazioni sociali, la capacità di definire e porsi obiettivi, tutti elementi che hanno a che fare con la percezione di benessere e quindi di felicità di un sistema. Sembra inoltre che i periodi di disoccupazione lascino delle cicatrici sul benessere delle persone, anche una volta riacquistata l’occupazione.

L’esperienza legata alla mancanza di lavoro può essere devastante non solo per la persona in questione, ma colpisce anche coloro che lo circondano. La famiglia e gli amici ne sono naturalmente colpite, ma gli effetti vanno anche oltre. Alti livelli di disoccupazione in genere aumentano il senso di precarietà del lavoro, e influenzano negativamente la felicità, anche in coloro che hanno un’occupazione.

Qualche altro dato interessante

Il sondaggio dalla Gallup World chiede agli intervistati di rispondere con un sì/no alla domanda ” sei soddisfatto del tuo lavoro”?. La percentuale degli intervistati che si dichiara “soddisfatto” (in contrapposizione a “insoddisfatto”) è più alta nei paesi del Nord e Sud America, Europa, Australia e Nuova Zelanda. In particolare, l’Austria si posiziona in testa con il 95% degli intervistati che dichiarano di essere soddisfatti del proprio lavoro. L’Austria è seguita vicino da Norvegia e Islanda. 

Per scoprire perché alcune società sembrano generare maggiore soddisfazione nel lavoro di altre, sono stati analizzati i dati dalla European Social Survey. Cosa emerge? Come ci si potrebbe aspettare, le persone con un lavoro ben retribuito sono più felici e più soddisfatte, ma vi sono una serie di altri aspetti del lavoro che sono indicatori importanti come:

  1. L’equilibrio vita-lavoro
  2. Il bisogno di apprendere cose nuove
  3. Il livello di autonomia individuale di cui gode la persona.

Un alto grado di soddisfazione sul lavoro può nascondere bassi livelli di coinvolgimento

Il sondaggio dalla Gallup World si chiede se gli individui si sentono “attivamente impegnati”, “non impegnati”, o “per niente impegnati” nel loro lavoro. In contrasto con i numeri relativi alla soddisfazione sul lavoro piuttosto alti, questi dati propongono un quadro molto più cupo. Il numero di persone che si sentono impegnate attivamente è in genere inferiore al 20%, pur essendo circa il 10% in Europa occidentale, e molto meno ancora in Asia orientale.

La differenza nei risultati ha a che fare con il fatto che entrambi i concetti misurano dimensioni diverse. La soddisfazione professionale può legarsi semplicemente al sentirsi contenti del proprio lavoro, ma il concetto di impegno (attivo) afferisce al sentirsi pienamente impegnate e coinvolte. Un maggiore impegno e coinvolgimento da parte dei dipendenti rappresenta pertanto un obbiettivo più difficile da raggiungere per le organizzazioni.

Anche se ci siamo concentrati qui sul ruolo del lavoro e dell’occupazione per plasmare la felicità nelle persone, vale la pena notare che il rapporto tra felicità e occupazione è una interazione complessa, dinamica e biunivoca. Infatti, un numero crescente di ricerche dimostra che il lavoro e l’occupazione non sono solo i driver per la felicità delle persone, ma che la felicità può aiutare a modellare i risultati, la produttività, e delle performance aziendali. Essere felici sul lavoro, quindi, non è solo una questione personale, ma ha un vantaggio chiaro sui risultati economici dell’azienda.

Leggi l’articolo originale dell’HBR leggi tutto


Veru

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