Davvero i manager della felicità arrivano in azienda?

Felicità e lavoro

E’ solo questione di tempo e anche in Italia non sarà più tabù parlare di felicità in azienda. Ora che anche Corriere della Sera ci dà una mano, con un bell’articolo che propone l’happiness management tra le “buone notizie”, possiamo augurarci l’avvio di questa rivoluzione culturale!

Il Corriere però non si può dire fosse poco sensibile al tema.. Abbiamo ritrovato infatti, nei suoi archivi storici, quest’altro pezzo del 2001, in cui si annunciava l’arrivo del “direttore della felicità” in una nota azienda di telefonia. Leggi l’articolo

Chissà che fine ha fatto quel “personaggio cordiale e simpatico per contratto, pagato per farsi gli affari dei colleghi, prendersi a cuore i loro problemi e risolverli”.. Era questa la “job description” del manager della felicità. Profilo un po’ riduttivo, al limite del grottesco, se pensiamo invece alla complessità delle situazioni organizzative che questa persona sarebbe chiamata a gestire se fosse davvero intenzione delle aziende provare a lavorare sulla felicità dei dipendenti.

Ci riproviamo quindi dopo 14 anni, anche perché nel frattempo la situazione lavorativa italiana non si può dire certo migliorata. Già allora l’articolo citava queste statistiche: Gli italiani sono all’ultimo posto in Europa per le gratificazioni sul posto di lavoro: sono poco soddisfatti dello stipendio e ancora meno dei benefit. A dichiararsi contenti della busta paga sono il 42% dei dipendenti e il 52% dei manager, contro il 66% e il 71% dell’ Olanda e il 60% e 52% della Spagna.”

Strana coincidenza astrale, proprio qualche giorno fa, da questo blog lanciavamo un messaggio di attenzione e allerta (Se dei lavoratori poco importa..) su come la crisi economica avesse peggiorato il rapporto tra aziende e lavoratori, i quali continuano a sentirsi poco apprezzati e bloccati nelle loro aspirazioni di cambiamento per via della carenza di posti di lavoro.

E allora va benissimo assumere un CHO (Chief Happiness Officer), ma se non vogliamo spingerci fino a tanto, iniziamo a innestare contenuti legati alla felicità anche nei percorsi formativi più “tradizionali” in azienda. Parlare di cambiamento, team, people management, stress, welfare senza passare dalla felicità, vuol dire portarsi a casa un risultato nettamente inferiore in termini di efficacia formativa e di performance. Le persone non cambiano solo perché c’è un formatore bravo a spiegargli che devono farlo e non imparano a lavorare in team solo perché capiscono che così l’azienda funziona meglio. Le persone cambiano se capiscono che, in questo modo, loro per prime hanno qualcosa da guadagnaci in termini di benessere, felicità, soddisfazione. Se tratti le persone per quello che sono, ovvero persone, e se applichi il principio che tutti meritano di essere felici, allora porterai a casa molto di più di quello che pensi, anche se sei un azienda che deve rispondere alle logiche del mercato e che deve applicare sistemi organizzativi più o meno complessi. Questo ce lo dicono le neuroscienze, la psicologia positiva, le filosofie orientali e finalmente ora ce lo dicono anche le teorie manageriali più evolute. Noi queste cose le facciamo da tempo in azienda, e vi possiamo assicurare che una volta sdoganata la parola “felicita” e imbracciato il coraggio di inserire questi temi nei percorsi formativi, i risultati sono eccezionali!

E allora evviva il Corriere che fa divulgazione su questo tema e un grande in bocca al lupo a chi, come no,i ci crede così profondamente perché è dai piccoli gesti che si cambia il mondo!

Per saperne di più: la felicità in aziendala felicità convienel’innovazione della felicità

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