Dalla paura all’amore. Una tecnica in 4 passi

La felicità si allena

“Ci sono solo due emozioni: l’amore e la paura. L’amore produce felicità, contentezza, pace e gioia. Dalla paura nasce la rabbia, l’odio, l’ansia e il senso di colpa. E ‘vero che ci sono solo due emozioni primarie, l’amore e la paura. Ma è più esatto dire che c’è solo l’amore o la paura, perché non possiamo provare queste due emozioni contemporaneamente, esattamente nello stesso momento. Sono opposte. Se siamo nella paura, non siamo in un luogo di amore. Quando siamo in un luogo di amore, non possiamo essere in un luogo di paura “. 

Elisabeth Kübler Ross

La maggior parte delle nostre esperienze più dolorose deriva dalla paura e questo non dovrebbe sorprenderci. Abbiamo fatto di tutto come società per sconfiggerla e allontanarla, ripetendoci come mantra affermazioni del tipo “vivi senza paura”, anche se spesso solo come proclami.

Se c’è la paura non c’è la felicità, diceva Seneca, e in effetti come esseri umani siamo spontaneamente portati ad evitare la sofferenza, a non guardare in faccia le nostre paure, terrorizzati da cosa possano mostrarci.
Eppure, paradossalmente, la paura è stata, da un punto di vista evolutivo, ciò che ci ha salvato la vita.  Senza paura infatti, saremmo stati mangiati dalle tigri, distrutti dai cambiamenti climatici e morti di fame. E’ un’emozione che ci ha dato informazioni cruciali per la nostra sopravvivenza, segnalandoci i pericoli e preparandoci anche fisicamente ad affrontarli, fuggendo o attaccando il nemico. E ancora oggi è questa la funzione primaria: un’antenna che ci avvisa che dobbiamo rimanere vigili perché qualcosa di importante e a cui teniamo forse è a rischio.

Nel frattempo, l’evoluzione è andata avanti e oggi (quasi) tutti abbiamo accesso al cibo, una casa in cui ripararci e non dobbiamo preoccuparci quotidianamente di rimanere in vita, come i nostri antenati delle caverne. Sebbene la maggior parte di noi non sia più in pericolo di vita, la paura non ha smesso di funzionare allo stesso modo, automatico e istintivo, di millenni fa. Ciò che abbiamo fatto è stato semplicemente trasformare la paura e i bisogni primari di sicurezza e protezione. Ciò che ci minaccia oggi non è più l’ululato di un animale infatti ma “l’immigrato che arriva in casa nostra e ci ruba il lavoro”, “il capo maleducato che mi manca di rispetto e mi tratta come uno zerbino”, “i terroristi che potrebbero essere nascosti dietro ogni passeggero che incontro sulla metro”.

Indipendentemente dal cambiamento nelle nostre circostanze come specie, la paura continua a fare inconsciamente il suo lavoro nel modo meraviglioso di sempre: avvertirci per prepararci ad affrontare un pericolo. Le cause scatenanti sono diverse, ma le reazioni automatiche, e spesso inconsapevoli, di lotta, fuga e congelamento che attiviamo restano le stesse.

1. Lotta: è la reazione che abbiamo quando ad esempio aggrediamo per difenderci, quando siamo arrabbiati, quando ci sentiamo traditi, giudicati, quando perdiamo il controllo.

2. Fuga: è la reazione di ritirata, quando ci sentiamo scoraggiati, depressi, dubbiosi e abbandonati.

3. Congelamento: è la reazione di chiusura, di passività, indecisione, disperazione.

Il problema non è la paura in sé ma la reazione che abbiamo ad essa

Reagiamo inconsapevolmente e in maniera istintiva anche quando le minacce non sono reali, non ci mettono in pericolo di vita o potrebbero essere affrontate in maniera razionale, “pensata”, responsabile, quindi più efficace, se solo fossimo più presenti e consapevoli di noi stessi e dei nostri bisogni.

E’ così che questo nostro sistema di funzionamento, che è stato incredibilmente utile per millenni, sta attualmente contribuendo a generare molta sofferenza e dolore: le guerre, tutti gli “ismi” (terrorismo, fascismo, colonialismo, nazionalismo..), la distruzione del nostro ambiente, le malattie fisiche e mentali, lo stallo dell’innovazione, le relazioni umane e sociali calpestate e il senso di separazione tra esseri umani e comunità diverse tra loro.

In maniera davvero preoccupante inoltre, non possiamo non rilevare come proprio la società, la tv, la pubblicità, le istituzioni religiose e perfino i governi spesso, favoriscono tutto questo.

Quasi vogliono tenerci in una condizione di paura costante: la paura di perdere la libertà, la vita, la paura di ciò che non si conosce e degli stranieri, la paura dell’inferno, di non andare in paradiso, della morte, la paura di non lasciare il tuo nome nel mondo, non essere nessuno, di non essere ricco, celebre, la paura di non essere amati, di rimanere soli, della vecchiaia e delle malattie. Sembra davvero che ci sia una cospirazione intorno a noi per farci vivere nella paura.

Eppure noi siamo ottimisti e fermamente convinti che la nostra coscienza collettiva si stia spostando e ci sia una maggiore presa di consapevolezza che ci porterà ad utilizzare la paura a nostro vantaggio invece che farci dominare da essa e diventarne schiavi.

“Amare è solo una Scelta. Possiamo scegliere di amare o di aver paura. Non possiamo seguire due maestri”. 

Don Miguel Ruiz

Esiste una tecnica (R.A.I.N.) molto utile, sviluppata dall’insegnante buddista and PhD Tara Brach, per imparare a gestire la paura con delicatezza ed efficacia.

R: Riconoscere. Il primo step è semplicemente prenderne atto. Se una casa in fiamme sta bruciando e io cammino a piedi lungo la strada, forse dall’odore del fumo capisco che c’è un incendio in atto anche se non vedo il fuoco. Riconosco, dunque, che la casa sta bruciando. Se non riconosco la presenza di un qualsiasi schema doloroso o risposta emotiva dolorosa non potrò mai cambiarla. Nelle mie esplorazioni di questa prima fase, mio marito e mia sorella soprattutto, ma anche alcuni amici o colleghi, sono stati aiuti preziosi per aiutarmi a vedere i bisogni reali che si nascondevano dietro le mie reazioni e certi comportamenti che facevano soffrire me e le persone che amavo. Non siamo sempre consapevoli dei nostri reali bisogni, spesso ci manca qualcosa e non siamo in grado di vederlo da soli o non abbiamo il coraggio per farlo. Tutti abbiamo dei “punti ciechi” che non sono altro che questo: punti ciechi, ma che possiamo imparare a riconoscere. Come? Osservando di più le nostre sensazioni corporee, le emozioni, i pensieri che ruminano nella testa, credenze, comportamenti contrari al nostro sistema di valori..

Il contrario del riconoscimento è la negazione, il rifiuto.

A. Accettare. Vedo dunque la casa bruciare e comincio a pensare: chi diavolo avrà mai dato fuoco ad una casa? com’è possibile che abbia preso fuoco? chissà cos’è successo e se è stato un incidente.. Questi sono solo alcuni esempi per dimostrare come si può “resistere” di fronte all’evidenza di un evento, invece che semplicemente accettare la situazione: il fuoco ridurrà la casa in cenere se continuiamo a resistere.  Ecco alcune lezioni importanti da tenere a mente:

1. Ammettere che stiamo provando qualcosa di spiacevole e dirsi che va bene così ed è normale che non ci piaccia.  Questa cosa è presente e combatterla aggiungerà solo ulteriore dolore.

2. E’ assolutamente normale resistere al dolore. Possiamo accettare anche la nostra resistenza.

3. Ricordarci sempre che possiamo affrontare ogni cosa.

4. Accettare non significa giustificare la causa scatenante la sofferenza o la paura. Non dobbiamo accettare infatti la mancanza di rispetto, la maleducazione, l’ingiustizia etc.. ma gli effetti su cuore, corpo, mente e spirito. Accettando cosa stiamo provando e sentendo in risposta alle cause iniziamo il processo di guarigione e cura, per vivere in maniera autentica senza accumulare risentimenti. Anche se è terribilmente ingiusto.

5. L’accettazione può essere rischiosa. Se accettiamo con l’intenzione sottintesa di liberarci dall’esperienza più velocemente possibile, le nostre aspettative potrebbero addirittura peggiorare. Accettare significa comprendere che ciò che è accaduto richiede il suo tempo e quindi dobbiamo praticare l’arte della pazienza.

Il contrario dell’accettazione è la resistenza.

I. Investigare. I vigili del fuoco arrivano nel luogo dell’incendio e cominciano a studiare attentamente la situazione. In questa fase è cruciale adottare l’atteggiamento più amorevole e gentile possibile verso se stessi. Possiamo farlo attraverso quattro domande (e alcuni esempi):

1. Cosa penso di me? Quali credenze mi frullano nella testa?
Non mi sento al sicuro, non valgo abbastanza, non merito di essere amata/o, sono un fallimento totale, non posso mostrarmi debole o vulnerabile, se fossi me stessa/o non mi amerebbero, c’è qualcosa che non va in me, sono migliore degli altri, niente andrà mai bene nella mia vita.
2. Di cosa ho realmente bisogno?
Una passeggiata, metodo, un bagno caldo, gioia, muovermi, riposarmi, comunicare, essere incoraggiata/o, aiuto professionale, tempo/spazio..
3. Come mi hanno aiutato nel passato queste convinzioni?
Crescendo ho imparato che era più sicuro non avere bisogni e non dipendere da nessuno. Il mio modo di essere mi faceva apparire “strana/o” agli altri quindi ho preferito fingere e mostrarmi come volevano.  Mi sono dovuta pender cura di chi doveva prendersi cura di me e ho sempre dovuto saperne di più. Ho fatto scelte sbagliate che hanno procurato sofferenza a me e alle persone care quindi non mi fido di me stessa/o.   
4. Contribuisco e come a tutto questo?
Non fatene un fardello però. Le credenze depotenzianti e i bisogni latenti esistono perché ci sono stati utili un tempo in qualche occasione. Giudicatevi meno e siate più pazienti, presenti e osservatori/ascoltatori attenti di voi stessi e vedrete che si risolveranno senza troppo sforzo.

Il contrario dell’investigazione è l’interrogazione febbrile e giudicante.

N. Non–Identificarsi. Così come la casa in fiamme non è il fuoco, noi non siamo i nostri comportamenti, le nostre emozioni, i nostri pensieri o sentimenti. Quando non ci identifichiamo con ciò che ci accade facciamo spazio all’amore. Questa è una fase importante, soprattutto quando ci troviamo a lottare con vecchie ferite o esperienze emotivamente molto intense. Piangere per lasciar andare e abbandonarsi possono aprire la strada al sollievo e alla cura. Noi siamo il nostro più grande sostegno e la fonte stessa dell’Amore, che possiamo rivolgerci sempre, dicendoci “Ti vedo e ti comprendo. Tutto questo è pesante, doloroso e difficile, ma non sei solo. Io mi prenderò cura di te, insieme ce la faremo”.

Uno strumento molto efficace per aiutarsi nella pratica della non-identificazione è la meditazione di Metta sulla gentilezza  amorevole:

“ Che io possa essere felice. Che io possa vivere nel benessere. Che io possa io essere al sicuro. Che io possa essere libero da emozioni negative. Che lui/lei/tutti siano felici. Che lui/lei/tutti vivano nel benessere. Che lui/lei/tutti  siano al sicuro. Che lui/lei/tutti siano liberi da emozioni negative.

Il contrario della non-identificazione è l’immedesimazione con tutto ciò che accade tranne la gentilezza amorevole.

Elisabeth Kübler-Ross ha affermato che la paura e l’amore non possono esistere insieme. Possiamo però imparare ad amare le nostre paure. Ringraziamo le nostre paure per il loro lavoro di protezione e vigilanza sulla nostra sicurezza e ricordiamoci sempre che sono perfettamente umane. Soprattutto però, cerchiamo sollievo nella saggia consapevolezza che trattandoci con amore e amando anche le nostre paure più profonde alla fine queste si ammorbidiscono e tornano sotto il nostro controllo.

In questo video (solo in inglese) viene rappresentata molto bene la possibilità che abbiamo di gestire in maniera appropriata le nostre emozioni spiacevoli, utilizzandole come informazioni per guidarci verso i nostri scopi e non soccombendo ad esse, reprimendole o ignorandole. A seguire la storia cherokee in italiano.

La leggenda dei 2 lupi

Nella versione più diffusa di questa storia, si parla di un anziano della tribù dei Cherokee che spiega al nipote come nel suo cuore, e in quello di tutti gli esseri umani, dimorino due lupi: un lupo nero e un lupo bianco. Il lupo bianco è docile e di buon animo, mentre quello nero è violento e rabbioso. I due lupi combattono continuamente tra di loro. Alla domanda del nipote su quale dei due lupi prevarrà, l’anziano Cherokee risponde: “Quello che nutriamo di più“.

Come abbiamo visto nell’articolo e possiamo vedere in questo video, l’idea che il lupo nero (rabbia, paura, invidia, odio..) vada affamato non è la strategia e la scelta migliore. La soluzione proposta nella versione originale di questa famosa leggenda e illustrata nel video è infatti un’altra, quella cioè di riconoscere e prestare attenzione ad entrambi.

Questa la storia vera:

Un giorno il capo di un villaggio Cherokee decise che era arrivato il momento di insegnare al suo nipote prediletto un’importante lezione di vita. Lo portò nella foresta, lo fece sedere ai piedi di un grande albero ed iniziò a raccontargli della lotta che ha luogo nel cuore di ogni essere umano:

Caro nipote, devi sapere che nella mente e nel cuore di ogni essere umano vi è un perpetuo scontro. Se non ne prendi consapevolezza, rischi di spaventarti e questo, prima o poi, ti porterà ad essere confuso, perso e vittima degli eventi. Sappi che questa battaglia alberga anche nel cuore di una persona saggia ed anziana come me. Nel mio animo dimorano infatti due grandi lupi: uno bianco, l’altro nero. Il lupo bianco è buonogentile e amorevole; ama l’armonia e combatte solo per proteggere sé stesso e il suo “branco”. Il lupo nero invece è scontrosoviolento e rabbioso. Ogni piccolo contrattempo è un pretesto per un suo scatto d’ira. Egli litiga con chiunque, continuamente, senza ragione. Il suo pensiero è ottenebrato dall’odio, dall’avidità e dalla rabbia. Ma la sua è una rabbia inutile, perché non gli porta altro che guai. Devi sapere che ci sono giorni in cui è davvero difficile vivere con questi due lupi che lottano senza tregua per dominare la mia anima.

Al che il piccolo Cherokee chiese ansiosamente al nonno: “Ma alla fine quale dei due lupi vincerà?

Il capo indiano rispose con voce ferma per sovrastare il rumore degli alberi della foresta:

Entrambi. Vedi nipote, se nutrissi solo il lupo bianco, quello nero mi attenderebbe affamato nell’oscurità e alla prima distrazione attaccherebbe a morte il lupo buono. Se al contrario gli presto la giusta attenzione, cerco di comprenderne la natura ed imparo a sfruttarne la forza e la potenza nel momento del bisogno, i due lupi potranno convivere pacificamente nel mio animo.

Il ragazzo sembrò confuso: “Come è possibile che vincano entrambi, nonno?!

L’anziano Cherokee sorrise al nipote e continuò il suo racconto: “Il lupo nero ha molte qualità di cui tutti noi possiamo avere bisogno in determinate circostanze. Egli è temerario e determinato, astuto e capace di ideare strategie indispensabili per dominare in battaglia. I suoi sensi sono affinati e i suoi occhi, abituati alle tenebre, possono scrutare anche il minimo movimento e salvarci così da un’imboscata notturna. Insomma, se sapremo addomesticare il nostro lupo nero egli potrà dimostrarsi il nostro più valido alleato”.

Per convincere definitivamente il nipote, il capo indiano prese dalla sua sacca due pezzi di carne e li gettò a terra, una a sinistra e l’altro a destra, ed indicandoli disse: “Qui alla mia sinistra c’è il pezzo di carne per il lupo bianco e alla mia destra il cibo per il lupo nero. Se darò ad entrambi da mangiare, i due lupi non lotteranno tra loro per conquistare la mia mente e potrò scegliere io a quale lupo rivolgermi ogni volta che ne avrò bisogno. Caro nipote, devi comprendere che non dobbiamo reprimere o affamare nessuna sfaccettatura del nostro carattere. Per controllare i lati oscuri che si nascondono nei meandri della nostra mente, dobbiamo imparare a conoscerli, accettarli e sfruttarli nelle circostanze più adatte. Solo in questo modo la lotta interiore tra i nostri due lupi cesserà.”

Con l’augurio che ciascuno di noi possa innamorarsi sempre di più di se stesso e procedere con consapevolezza sulla strada della felicità!

Dani