La scuola che fa fiorire mostrando il lato luminoso della vita

Tra le persone e le storie che più ci hanno acceso il cuore e la speranza, c’è quella di Silvia Pagani e della sua scuola “Artademia”. Abbiamo intervistato Silvia via skype, un vulcano di energia, ricci e sorriso, ecco perché ancor prima di iniziare a parlare, tra noi è stato entanglement a prima vista, e nulla di quello che ci ha raccontato dopo ci ha stupite. La sua scuola è la conseguenza di un’evoluzione di sensibilità, amore per i giovani e desiderio di scrivere nuovi scenari educativi. Artademia è una scuola che accoglie attualmente ragazzi nella fascia scolastica superiore. Quando abbiamo chiesto a Silvia il perché di questa scelta ci ha risposto che “Sono quelli più soli. Bene o male nelle altre fasce d’età la famiglia è più disposta a supportare i bambini, e i bambini a farsi aiutare, questa invece è un’età difficile, i ragazzi vivono momenti di ridefinizione e le famiglie hanno meno strumenti o spazi per supportarli”. Noi non possiamo che essere d’accordo, la storia di Artademia è un magnifico esempio di come un’organizzazione come la scuola possa attivare la chimica della positività creando un ambiente in cui insegnanti e ragazzi possano realmente fiorire. Ecco alcuni passi della storia di Artademia.

Perché e come è nata Artademia? Qual era lo “scopo” dell’organizzazione al momento della sua fondazione?

Vengo da più di trent’anni di clinica e di lavoro con i giovani. Se i primi anni ero prevalentemente concentrata sulle parti disfunzionali, con il tempo ho imparato a concentrarmi sulle loro forze e doti residue, ed a collaborare con loro perché potessero raggiungere una migliore qualità della vita. Da troppi anni i sintomi e disagi raccontati dai ragazzi che incontravo si assomigliavano. Non poteva essere solo una coincidenza, nè potevo pensare ad una generazione prevalentemente disturbata o in difficoltà.

C’è stato un momento, tanti anni fa, in cui mi sono resa conto che i diversi atteggiamenti, comportamenti e sintomi della nuova generazione, altro non erano che una risposta sana, ad una proposta malata. Credo fermamente che le nuove generazioni abbiano una ‘pelle’, non solo biologica ma soprattutto psichica, eccessivamente sottile. Questa è la loro grande dote. Sono in grado di sentire tutto quello che gli sta attorno con una sensibilità unica, ma come tutte le cose portate all’estremo, anche la sensibilità, se non protetta, diventa una condanna. Le nuove generazioni sono quindi più esposte di noi, agli stimoli sensoriali, come alle emozioni. Questo li porta ad essere sempre troppo emotivi, eccessivamente nel mondo, nella relazione, oppositivi, trasgressivi…oppure, al contrario, per reazione si chiudono in se stessi e diventano chiusi, silenziosi, apatici. La reazione dell’adulto, spesso, è disorientata e disorientante. Si cerca di controllare, punire, diagnosticare, e così da dotati e speciali in breve diventano ‘diversi’. Si sentono inadeguati e, ad un certo punto, mollano il colpo e si rassegnano. Niente più sogni, niente più progetti.

C’è stato un momento, qualche anno fa, che la maggior parte dei giovani che arrivavano nel mio studio aveva queste caratteristiche e, tutti, rischiavano di identificarsi con le etichette che qualcuno gli aveva proposto o, appiccicato. È allora che è nata Artademia, seguendo le ispirazioni dei tanti ragazzi che ho conosciuto. Tutti grandiosi, tutti speciali. Intuitivi, creativi, super…ipersensibili, con un meraviglioso senso di giustizia interiore, ma distrutti dal rapporto con un’istruzione ferma a centinaia di anni fa. Artademia nasce per permettere alle nuove generazioni di dare il meglio di sè senza dover consumare tutta la loro energia per trovare un modo di sopravvivere alla scuola. Artademia è un posto dove imparare a guardare al lato luminoso della vita.

Come hai selezionato e formato la squadra di collaboratori? Lo “scopo” dell’organizzazione ha avuto un qualche ruolo di guida e orientamento in questi processi?

Quando ho realizzato che si doveva attivare una formazione basata su passione, relazioni autentiche ed esperienze dirette, ho innanzitutto ‘pescato’ tra tutte le persone che conoscevo e stimavo capaci di affascinare i ragazzi. Un insegnante artademico deve avere una serie di caratteristiche particolari: deve avere un profonda passione per ciò che insegna. Non basta sapere, bisogna saper affascinare e solo se siamo i primi ad essere innamorati di ciò che portiamo, possiamo affascinare un ragazzo; devono riuscire a trasformare le lezioni in lezioni artademiche, cioè passate prevalentemente dall’esperienza diretta; devono avere avuto esperienza diretta di cosa significhi essere senza pelle. Tutti i nostri insegnanti sono degli ex ipersensibili. Per i ragazzi è fondamentale vedere che la pelle sottile può maturare al punto da poter diventare poi un punto di riferimento, come lo sono i nostri docenti. Ultimo, ma forse primo, devono essere capaci di amare veramente. Di sentirsi fortunati ad avere l’opportunità di accompagnare le nuove generazioni verso il futuro.

E poi, come sempre, succede la magia. Una volta costituito un gruppetto di una manciata di persone, incredibilmente sono arrivate le altre. Sono arrivate spontaneamente, a volte per caso, e, dopo due parole, ci si accorgeva che parlavamo la stessa lingua, ed oggi sono più di trenta le persone che ruotano in Artademia.

Chiaro che avere come primo scopo la felicità dei ragazzi e non il rendimento scolastico, fa già una grande selezione. Con noi lavorano solo persone che hanno chiaro che solo chi sta bene ottiene davvero successo nella vita...e per successo intendiamo quello vero, cioè la sensazione di essere felici e parte di un tutto.

Quali sono i principali processi, le procedure, le pratiche, le iniziative e le politiche rivolte ai ragazzi, ma anche allo staff, che rendono Artademia un modello educativo “diverso” dal convenzionale?

Artademia è molto distante dal metodo scolastico tradizionale. I ragazzi passano molto tempo all’aperto, a contatto con gli elementi naturali e questo lavora profondamente sull’umore ( il contatto con gli elementi naturali riduce la produzione di cortisolo, l’ormone dello stress) sulla salute psicofisica, sulla maggior parte dei disturbi del momento come ADHD, dsa, DOP…

La parte dedicata alla lezione frontale, tipica della scuola tradizionale, non deve durare più di venti minuti. Noi proponiamo un apprendimento che passa dal corpo e dall’esperienza. In fondo al cuore tutti sappiamo che muovendoci impariamo di più e meglio ( vi è mai capitato di ripetere una poesia per memorizzarla camminando su e giù?). Ci muoviamo tanto e, soprattutto, qualunque sia l’argomento trattato, partiamo dall’esperienza. Da un film, una mostra, un gioco, una simulazione o un esperimento. Abbiamo dato la stessa importanza a mille e più argomenti, così che i ragazzi possano provare a cucinare, a preparare le slide per una conferenza, a fare arte o sport, con la stessa soddisfazione. Crediamo che crescere significhi conoscere, sperimentare, sviluppare la capacità di farsi delle domande e cercare le risposte. Noi non forniamo mai risposte, ma cerchiamo di creare situazioni intriganti che facciano nascere le domande. Abbiamo poi pensato che sia fondamentale non riempire tutto il tempo dei ragazzi. Il vuoto e il silenzio hanno la stessa importanza dello studio. Artademia alle 13 chiude e non diamo compiti per questo motivo. Per favorire il lavoro autonomo proponiamo qualche volta lavori individuali alla mattina. Vogliamo inoltre fornire ai nostri studenti gli strumenti per ottenere una buona autostima, per migliorare le loro relazioni, per maturare la pelle. Sono tutte cose che si imparano, non sono innate, ed io ritengo che la scuola debba servire anche a questo.

Goethe diceva: la magia è credere in noi stessi. Se riusciamo a farlo, allora possiamo far accadere qualsiasi cosa. Noi dobbiamo permettere ai ragazzi di scoprirsi e di imparare a credere in se stessi.

tutti abbiamo nel cuore la consapevolezza che si potrebbe vivere in un altro modo, ma abbiamo paura di iniziare.

Quali sono gli indicatori di “successo” di Artademia? Quali risultati positivi (es. numero di iscritti, aumento delle donazioni, altro..?) hai registrato da quando esiste Artademia?

I risultati positivi li registriamo ogni giorno, guardando il sorriso dei ragazzi, la loro curiosità risvegliata, le intuizioni inaspettate. Il loro orgoglio nello scoprire di essere geniali e capaci nonostante qualcuno in passato gli abbia fatto credere di essere inadeguati. Li leggiamo nelle mail dei genitori che ci dicono quanto la loro vita sia cambiata da una settimana all’altra, nelle frasi stupite di chi scopre nello zaino del figlio un libro autonomamente acquistato…e letto!

Lo capiamo dal numero di richieste di iscrizione, che quest’ anno sono arrivate quasi a cento, dall’interesse dimostrato da università, scuole, associazioni che ci chiedono di poter collaborare, di fare formazione, di partecipare a ricerche…

E’ un percorso di formazione dei “leader” non banale, per la necessità di affiancare competenze tecniche di gestione a sensibilità umane, un vero e proprio sviluppo integrato del sé. Tu come ci sei arrivata?

Non credo sia un caso che artademia sia nata adesso, dopo tante esperienze, incontri, progetti.

Io sono una ultra cinquantenne e questo sicuramente gioca a mio favore. Ho ancora abbastanza entusiasmo per partire con incoscienza ma anni e anni di rapporti con la sofferenza, con le istituzioni, con le scuole. Credo però che la leadership sia innanzitutto credere nelle persone. Io mi fido di chi fa parte di Artademia per cui ho imparato a delegare. So per certo che da sola non avrei potuto portare avanti una nave tanto bella e potente. Il segreto di qualunque successo sta nei legami, ed io ne ho tanti, forti e profondi.

È il branco che ci permette di funzionare…non credo nei lupi solitari.

Qual è la tua visione dell’educazione?

Credo che l’educatore abbia un compito tra i più importanti al mondo, ma anche tra i più difficili. Educare non significa riempire una testa di nozioni, ma permettere al bello che è in ognuno di noi di emergere e trovare il suo spazio.

Credo che le regole siano importanti, ancora di più per questi ragazzi senza pelle che cercano un contenitore, ma che debbano essere adeguate ai loro bisogni, che non sono sempre uguali ai nostri. Credo che nel processo educativo, ognuno impari, anche l’educatore, per cui diventa ancora più importante sapere ascoltare.

Quali sono le caratteristiche distintive dei ragazzi di oggi?

Sono tutti iper sensibili ed iper percettivi, bombardati quindi da un mondo iper stimolante. Hanno grandi qualità, soprattutto artistiche, intuitive, creative, e bisogno di apprendere passando dal corpo, come dovrebbe essere naturale per chiunque. Oggi gli riempiamo la testa con ippoteria, montagnaterapia, pet therapy, arteterapia…tutto bello e importante, ma terapia richiama il termine patologia, per cui gli diciamo che sono malati.

Dobbiamo tornare ai gesti naturali dello stare all’aperto, con gli animali, facendo con le mani o facendo arte, senza doversi sentire malati. Loro vanno naturalmente verso gli antichi gesti. Non sono disposti a vivere una vita che non gli corrisponde nè a trasformarsi o a calpestare gli altri. Sono molto più puri e giusti di noi, ma se non trovano spazio, distruggono. Distruggono quello che incontrano, o ciò che sono, non per volontà, ma perché le forze costruttive, quando soffocate, si trasformano in forze distruttive,

Come sta rispondendo la Scuola alle esigenze, ai bisogni, alle caratteristiche dei ragazzi di oggi?

La scuola sa perfettamente che non sta funzionando. Qualcuno non è particolarmente interessato all'educazione dei giovani, e ci si chiede perché si trovi dietro ad una cattedra, ma molti insegnanti e coordinatori sono invece preoccupati e fanno del loro meglio, ma non c'è molto spazio a scuola per i coraggiosi. La scuola riempie le teste, aumenta la quantità di nozioni, la difficoltà dei programmi ottenendo l'effetto opposto.

Questa scuola tradizionale, ferma ai metodi di duecento anni fa, non è solo deleteria per chi poi l'abbandona; anche chi arriva in fondo, spesso, la soffre terribilmente e si fa rubare la leggerezza e l'entusiasmo dell'età.

Quali sono, se ne hai, le tue pratiche o routine quotidiane del benessere? Come ti prendi cura di te, cosa fai per rimanere centrata, positiva, in salute?

Amo camminare. Da qualche anno anche i gruppi di terapia che gestisco, li propongo in movimento. Il contatto con il verde, il profumo del sole, il suono della pioggia…tutto a portata di mano, tutto meravigliosamente sanante. Amo cucinare e sto andando ad abitare in campagna dove avrò a disposizione uno spazio per coltivare le erbe officinali. Ho una meravigliosa enorme famiglia con cui viaggio, pranzo, rido!

Ho imparato a fermarmi il fine settimana per ricaricarmi e a fare frequenti vacanze. Sono una milanese cinque giorni alla settimana, poi chiudo con tutto e mi godo la vita. E quando proprio ho bisogno di una ricarica in più, abbandono per un attimo il libro del momento e rileggo Fannie Flagg che mi catapulta negli Stati Uniti degli anni 30/40 e che, con leggerezza, conferma la bellezza della vita, anche davanti alle difficoltà.

Quali sono, secondo te, le sfide, gli ostacoli, le difficoltà, le fatiche o le resistenze da affrontare nel percorso di costruzione di un sistema educativo positivo?

Sostenere una formazione senza essere appoggiati economicamente credo sia la più grande difficoltà. Per ora Artademia è sempre piaciuta a tutti, pernso che tocchi tasti archetipici, un sentire profondo che tutti riconosciamo, ma credo che ci sia ancora tanta strada prima che sia possibile portarla nella scuola pubblica! Per contagiare gli studenti con l'approccio positivo alla vita bisogna innanzitutto essere per primi capaci di guardare al positivo.

Prima di tutto, quindi, dovremmo dare agli insegnanti la possibilita di fare un lavoro personale non solo di formazione, ma di nutrimento. Solo se siamo felici, funzioniamo al meglio.Già da anni noi facciamo formazione e supervisione nelle scuole tradizionali, portiamo avanti positivamente laboratori con le famiglie e con gli studenti, ma io credo che questo sia solo un bocconcino, troppo piccolo per cambiare davvero qualcosa. Sono fiduciosa. Le cose stanno già cambiando, cambierà anche la scuola.

Cosa diresti ai tuoi colleghi insegnanti, dirigenti scolastici per convincerli che vale la pena investire sulla positività e il benessere a 360° dei ragazzi e che ha senso iniziare a costruire una scuola diversa, positiva?

Non direi niente. Li inviterei a seguire una mattinata di lezione dove l'oppositivo propone una lezione al docente, il trasgressivo aiuta un compagno a stare alle regole, l'iperattiva conclude un lavoro, l'introverso fa uno scherzo ai compagni…e tutto questo lo fanno da soli. Insegnargli a sorridere ed a guardare alla vita con un approccio positivo rende la vita più bella, a loro, a noi.
Sembra incredibile, ma il fatto stesso di credere in loro, da risultati senza fare altro.

Vuoi aggiungere altro in relazione al tema e alla tua esperienza?

Sono sempre stata convinta che il mondo stesse cambiando in meglio, ma devo ammettere che non immaginavo lo facesse così velocemente. Forse è proprio vero che noi vediamo quello che siamo pronti a vedere…e io mi aspetto ancora tantissimo.

 

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